La risposta alla domanda su cosa significhi essere comunisti oggi, non può che partire dal contesto e dalla fase che abbiamo attraversato e da quella – sensibilmente diversa – nel quale siamo entrati. Per almeno venti anni, a livello mondiale, ha agito concretamente un monopolio dell’opzione liberista del capitalismo e del pensiero liberale su ogni manifestazione della vita economica e sociale e un violento tentativo di liquidazione storica che ha portato alla capitolazione di Stati, di interi partiti, di intellettuali e di movimenti che si richiamavano al socialismo come esperienza storica e al comunismo come prospettiva per l’umanità. Una delle tesi centrali dell’ analisi sull’imperialismo che abbiamo sviluppato in questi anni, è che siamo passati dalla fase della globalizzazione (o meglio mondializzazione) a quella della competizione globale, ossia che il capitalismo una volta raggiunto il livello più alto del suo sviluppo non può che entrare in competizione con se stesso e con le frazioni su cui si è articolato a livello mondiale…Quindi siamo ormai ben dentro una fase di crescente competizione intercapitalista piuttosto che nella fase di concertazione su cui si è retto il dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta.
La storia si è rimessa in moto rivelando le contraddizioni del dominio del modello capitalista sul piano economico, ambientale, sociale fino a riproporre tale contraddizione nei confronti delle prospettive stesse dell’umanità. Quindici anni di guerre (Golfo, Jugoslavia, ex URSS, Afghanistan, Medio Oriente), secessioni sanguinose, l’infarto ecologico del pianeta, il riemergere di sanguinose ambizioni coloniali, arretramenti sociali pesanti sia nei paesi capitalisti sviluppati che in quelli emergenti nella periferia, la regressione della stessa democrazia a fronte di un crescente e pesante autoritarismo, si sono incaricati di mostrare concretamente le conseguenze di questo dominio.
Il capitalismo ha visto così nuovamente offuscarsi la sua pretesa di essere l’unico movimento progressivo della storia e l’unico orizzonte possibile per l’umanità. Ma le contraddizioni, da sole, non portano automaticamente a cambiamenti di segno progressista. Al contrario – se non vengono spiegata e non trovano opzioni alternative in campo – rischiano di precipitare di nuovo in scenari reazionari e guerrafondai ancora peggiori.
L’alternativa a questa regressione (e alle sue inevitabili brutalità) non può essere il riformismo che vede venire meno le basi sociali del compromesso del Novecento e che appare in rotta in molte realtà. Oggi l’unica soluzione torna ad essere una alternativa strategica di parametri e di società.
Per questo non abbiamo ritenuto di dover venire meno alla rivendicazione della nostra identità, progettualità e soggettività di comunisti.
In questi anni abbiamo agito come Rete dei Comunisti in una funzione di intellettuale collettivo al “servizio” dell’azione politica e sindacale e della ricostruzione di un punto di vista comunista della realtà. Ma al tempo stesso la Rete dei Comunisti non intende essere un “cenacolo”. Al contrario riteniamo doverosa l’internità ai movimenti reali che si esprimono sul piano della lotta contro la guerra, per la solidarietà internazionalista, per il sindacato di classe, né ci sottraiamo al dibattito sulla rappresentanza politica che oggi riguarda materialmente pezzi significativi del blocco sociale antagonista e della sinistra di classe. Sta qui la dialettica tra progetto strategico e capacità di stare nelle lotte e nei movimenti sociali senza rinunciare alla battaglia delle idee e all’analisi critica della nostra storia passata e presente.
Il progetto “Il bambino e l’acqua sporca” che abbiamo messo in campo negli ultimi due anni, non ha affatto una funzione residuale o consolatoria ma una funzione dinamica e rivitalizzante del dibattito e dell’analisi con cui i comunisti possono tornare a giocare un ruolo da protagonisti della storia e del conflitto di classe anche nel nostro paese e nel cuore di uno dei poli imperialisti come l’Europa.
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Chi ha paura dei comunisti nel XXI° Secolo? |
Gli ambiti liberali e riformisti, utilizzano come una clava la tesi strategica secondo cui il modello liberale è l’unico che possa assumere in sè sia le aspirazioni alla libertà che quelle all’uguaglianza sociale. La gran parte di quella che fino ad oggi è la rappresentazione politica della sinistra italiana si è sostanzialmente accomodata negli interstizi di questa conclusione, affidando l’aspirazione all’uguaglianza alla sola capacità del capitalismo di auto- riformare se stesso di fronte alle esagerazioni dei suoi spiriti animali. Gettate alle ortiche le intuizioni e le elaborazioni di Marx, Lenin e di altri protagonisti dell’assalto al cielo del XX° Secolo, ci si è ritirati nell’angolo di una prospettiva nella migliore dell’ipotesi keynesiana e riformista. Ogni velleità e ogni ambizione ad un cambiamento politico e sociale profondo della società e delle relazioni internazionali, ogni ipotesi di tenere aperta e riaprire con forza la prospettiva del socialismo e del comunismo, è stata rimossa o addirittura espulsa con arroganza e supponenza da quella che viene oggi definita “comunità politica”. Non si vuole solo liquidare la storia del movimento operaio, ma si vuole annegare il bambino nell’acqua sporca eliminando ogni riferimento e ogni riflessione critica utile per tenere aperta la prospettiva del socialismo.
In alcuni paesi - e la tentazione si sta facendo fortissima anche in Italia e nell’insieme dell’Unione Europea- l’opzione comunista è stata posta fuorilegge o perseguita culturalmente come ideologia totalitaria paragonabile al nazismo (fino ad arrivare in Italia alla criminalizzazione della Resistenza).
Ma una domanda sorge spontanea: se l’ipotesi comunista è stata sconfitta dalla storia, come mai tanto accanimento e acrimonia verso idee, libri, persone, organizzazioni che non ritengono liquidata tale ipotesi? Perché mai perdere tempo con apposite commissioni, con leggi, dibattiti,libri convegni, campagne mediatiche, riscrittura dei testi scolastici, riunioni dei consigli di facoltà degli atenei, per esorcizzare e neutralizzare un nemico che si ritiene sconfitto? Esiste dunque il tentativo di impedire con ogni mezzo necessario che il socialismo – nella sua dimensione rivoluzionaria e non riformista – possa esser una opzione politica presente nello scenario politico. Perché sembra di nuovo diffondersi in Europa e nei paesi capitalisti la “grande paura” verso i comunisti?
E’ accaduto che nel XXI° Secolo la storia – piuttosto che finire come auspicato da Fukujama e dai liberali - si sia rimessa in moto indipendentemente dai detrattori e dai liquidatori dell’opzione comunista. Lo dimostra la riapertura del dibattito sulle caratteristiche del Socialismo del XXI° Secolo in America Latina, dove la resistenza di Cuba e l’affermarsi del Venezuela bolivariano, della Bolivia democratica, india e costituente ma anche in Nepal o nel continente indiano.
In questi anni di “movimenti altermondialisti”, molti hanno sottovalutato il fatto che nelle assemblee mondiali dei movimenti sociali che concludevano i forum sociali di Porto Alegre o di Mumbay, comparisse uno striscione significativo “Un altro mondo è possibile…solo con il socialismo”. Il dibattito sul socialismo del XXI° Secolo non è stato riaperto dunque in un cenacolo ma dentro la dialettica concreta dei movimenti sociali che hanno cambiato e stanno cercando di cambiare i rapporti reali in un intero continente – l’America Latina - e ne influenzano altri – come l’Asia – dove vive la maggioranza dell’umanità.
Sarebbe tra l’altro interessante – anche per l’esperienza italiana non certo entusiasmante – una analisi ed un approfondimento sulle esperienze dei Partiti Comunisti in tre paesi emergenti di grande rilevanza come Brasile, Sudafrica e India. Nei primi due paesi i comunisti partecipano attivamente al governo, nel secondo lo appoggiano e governano - in proprio - stati importanti dell’India. Si tratta di esperienze non certo prive di contestazioni da parte di altre forze della sinistra di classe presenti negli stessi paesi, di cui quella nel West Bengala addirittura conflittuale sul piano militare con i partiti comunisti maoisti che sostengono la guerriglia naxalita e le lotte dei contadini contro l’esproprio di terre a fini industriali (l’impianto della Tata). Su queste esperienze vi è l’impegno ad elaborare un saggio più approfondito nei prossimi mesi.
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Le possibilità e le residualità dell’anomalia italiana |
In Europa e qui in Italia, il dibattito e la nuova “spinta propulsiva” che viene dai paesi emergenti del sud del mondo, si innestano su una situazione sostanzialmente arretrata e appiattita sull’opzione riformista. Lo scenario non è però omogeneo. In alcuni paesi europei agiscono ancora dei presìdi consistenti sul piano politico e culturale (Grecia, Belgio, Portogallo, Repubblica Ceca) ma che ancora stentano a coordinarsi per riavviare una controtendenza. Non solo. Il prevalere di una concezione identitaria, spesso alimenta una conflittualità politica ed ideologica tra le varie correnti della storia del movimento operaio che non riesce ancora a rimodularsi come una dialettica leale che consenta un bilancio storico e una riflessione critica sulle esperienze della storia. Le differenze e le divergenze ci sono e molto spesso agiscono concretamente anche sul piano dell’azione politica nella realtà di ogni singolo paese dentro i movimenti sociali, dentro i sindacati, dentro le scelte sul piano politico o parlamentare.
Ciò avviene spesso a discapito di una possibilità e necessità di riaprire a tutto campo una battaglia politica e culturale che inchiodi l’avversario sulle sue contraddizioni e che trasferisca questa capacità dal livello della testimonianza a quello dell’egemonia. In sostanza esiste il rischio della liquidazione dell’opzione comunista e la sua riduzione alla mera prospettiva riformista ma esiste anche il rischio della residualità e del folklore “comunista” come fattore fisiologico ma sostanzialmente innocuo dello scenario politico.
In Italia abbiamo alle spalle una storia importante per il movimento operaio che ha visto convivere e confliggere tra loro il più grande partito comunista europeo e la sinistra rivoluzionaria più forte di tutta l’Europa. L’onda lunga di questa esperienza agisce ancora concretamente ma dentro una disgregazione fortissima ed a fronte di un tentativo esplicito di liquidazione politica, culturale e – se necessario – giudiziaria. L’accanimento contro la storia del PCI e quello contro i movimenti degli anni Settanta, sono diventati – loro malgrado e in modo impensabile fino a qualche anno fa – del tutto paralleli e speculari. Ma l’incontro tra queste due esperienze, avvenuto ad esempio con la nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista e poi nel PRC (nati come resistenza identitaria alla liquidazione del PCI con la svolta della Bolognina), ha reso possibile che soggetti che si erano duramente affrontati nei decenni precedenti, si ritrovassero a condividere – da strade molto diverse tra loro – l’esigenza di tenere aperta una ipotesi politica, teorica, pratica fondata sulla difesa della propria storia e sulla prospettiva del comunismo.
Questa esperienza ha attraversato e coinvolto in Italia decine di migliaia di compagne e compagni, ma solo pochi di essi hanno mantenuto una dimensione di militanza attiva. Per un verso su questo patrimonio umano e politico ha agito la delusione e la disgregazione dovuti alle svolte e alle scissioni che hanno caratterizzato la storia di questi quindici anni, dovute alla mutazione genetica del PRC e del PDCI - oggi strutturati sostanzialmente sulla centralità dei gruppi parlamentari e su apparati di funzionari, consiglieri etc. che hanno liquidato l’attivismo e la militanza - ma dovute anche agli effetti di una destrutturazione sociale concreta di un paese ormai integrato nel cuore del capitalismo sviluppato e dove le possibilità di mediazione, cooptazione, depotenziamento del conflitto di classe, sono superiori rispetto ad altre situazioni (America Latina, Asia, Medio Oriente).
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Qual è il ruolo dei comunisti nel nostro paese? |
Da questo punto di vista, sta crescendo ovunque l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà della sinistra di classe e alternativa – inclusi i comunisti - nel nostro paese
E’ ormai evidente come in Italia si vada chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale.
Il tentativo di adeguare in questi quindici anni il progetto della Seconda Repubblica alle esigenze della accresciuta competizione globale e dei poteri forti europei, non è riuscito secondo le aspettative e le necessità a cui aspiravano i grandi gruppi capitalistici e le classi dominanti del nostro paese. Per questo motivo si è avviata una impressionante escalation a tutto campo tesa alla normalizzazione della società ed a rendere la governabilità bipartizan un apparato irreversibile di comando, di governo e di amministrazione. A questo - ed a rafforzare il carattere oligarchico dello Stato, della politica e dei poteri decisionali - servono la nuova legge elettorale e le riforme istituzionali in cantiere alle quali verrà messo mano subito dopo le prossime elezioni.
Gli obiettivi di questa operazione sono la liquidazione con ogni mezzo di quella “anomalia italiana”
che ha visto convivere e confliggere un capitalismo arretrato e finanziato dallo Stato con la presenza e l’azione di una identità comunista radicata nella società e nelle istanze del conflitto. L’apparato ideologico e politico che sovrintende a questa normalizzazione punta esplicitamente ad espellere il conflitto sociale come strumento di emancipazione e di relazione tra le classi e i segmenti della società. Un passaggio decisivo di questa restaurazione autoritaria è la cooptazione dei sindacati concertativi dentro uno schema neocorporativo che ne snaturi ruolo e funzione e al tempo stesso imbrigli e depotenzi il conflitto e l’insieme delle dinamiche sociali. Ritenere che padroni e lavoratori abbiano gli stessi interessi e siano la stessa cosa (come ha affermato recentemente Veltroni e come pensano i leader di Cgil Cisl Uil) è indicativo di tale impianto ideologico e politico.
Ignorare, subordinare o depotenziare gli interessi dei lavoratori, dei settori popolari, di quello che storicamente e attualmente è il blocco sociale antagonista, sta producendo inevitabilmente un deficit democratico e di rappresentanza politica evidente a tutti, soprattutto a coloro che sono attivi nei movimenti sociali o impegnati in vertenze significative.
Le reazioni della sinistra “storica” a tale scenario sono del tutto inadeguate e per certi aspetti devastanti che producono l’effetto di un generale disorientamento tra i ceti popolari e nei movimenti sociali. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Questa deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista ma travolge anche i principali punti di iniziativa nell’agenda politica (missioni e basi militari, emergenza salariale e protocollo del 23 luglio, resistenza all’offensiva oscurantista del Vaticano, decreto sulla sicurezza) rivelando una subalternità riformista e neo-keynesiana che ipoteca pesantemente il futuro. Dall’altro la reazione a questa deriva si manifesta più come disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità che come tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza. E’ in tale contesto che prendono corpo – anche inconsapevolmente - scorciatoie organizzative o precipitazioni elettoralistiche che sottovalutano passaggi decisivi e rischiano il ripetersi di esperienze già vissute con esiti fallimentari nella nostra storia recente
Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di confronto unitario tra tutte le soggettività della sinistra di classe “resistenti” o coerenti ma che non sottovalutino più o diano per scontato il rapporto con il blocco sociale antagonista.
Nessuno di noi oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti comunisti al governo più impopolare degli ultimi venti anni pone serissimi problemi di credibilità dell’opzione comunista a livello sociale e popolare. E’ da questa consapevolezza e da un arco di contenuti e pratiche virtuose e concrete sul terreno dei salari e del reddito, della democrazia e dell’antimilitarismo, che si può determinare l’autorevolezza teorica e la credibilità sociale dell’opzione comunista e di classe nel XXI° Secolo, anche tenendo conto di una dimensione internazionale dei problemi che condiziona pesantemente lo scenario nel nostro paese.
Su questa riflessione e sulle sue possibili e necessarie ricadute concrete, invitiamo tutti coloro che ricevono e condividono – in tutto o in parte – l’esigenza di non liquidare né di far liquidare una opzione comunista nel nostro paese ad una discussione pubblica franca e serrata per costruire un comune percorso possibile, ma per far questo occorre molto più coraggio politico che un infinito e paralizzante tatticismo. L’accumulazione delle forze non può essere un orizzonte senza passaggi temporali che chiamino in campo anche la soggettività attiva dei comunisti. Il Socialismo del XXI° Secolo non è solo storia, è anche la riapertura di una prospettiva concreta per l’intera umanità.
Sergio Cararo, direttore di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti
Marzo 24th, 2008 at 17:16
Perfettamente d’accordo con Cararo. Dopo le elezioni, lavoriamo all’unità dei comunisti con Grassi,Crippa,Giannini,con i compagni di “Contropiano” e con tutto il Pdci, eccezion fatta i diessini Licandro e Soffritti. La linea sia quella della Rifondazione pre-scissione: autonomia della sinistra e dei comunisti, opposizione contro i governi del centro liberista (PD) e del centrodestra, linea anti-concertativa sul versante sindacale, in appoggio all’opposizione di sinistra ad Epifani (a Cremaschi e alla “Rete 28 Aprile”).
Spero che Rizzo lavori affinchè si superino gli attuali steccati e si ricomponga la diaspora comunista, in unico partito comunista unitario, di classe e rivoluzionario. W il Comunismo del XXI secolo!
Marzo 24th, 2008 at 19:20
Condivido (io PRC) il commento di Roberto parola per parola.
Marzo 25th, 2008 at 08:00
D’accordo anche noi della Retecomunistisempre ma questo lo stiamo dicendo da mesi. L’unica preghiera a Roberto è quella di non cominciare già ora con la canzone “No, tu no!”. Ci sono ben altri problemi da affrontare e sono tutti politici. Purtroppo, come abbiamo già detto a proposito dell’attacco di Venier a Marco Rizzo, prevediamo che le attuali dirigenze del PdCI e di Rifondazione Comunista addebiteranno tutte le colpe del loro insuccesso elettorale e del loro fallimento politico su chi ha resistito fino all’ultimo perchè non si perdesse ancor più l’identità comunista ed i suoi simboli.
W la costituente dei comunisti! W il Comunismo del XXI secolo!
Marzo 25th, 2008 at 15:20
Cari compagni,
sulla base di un pensiero semplice ma chiaro:
Unità-Critica-Unità
invito tutti i veri compagni ad applicare gli insegnamenti del marxismo-leninismo e iscriversi nel PdCI !
stanno nascendo troppi partitini “personali” ,i riferimenti di molti movimenti a Lev Davidovič Bronštejn Trotsky sono patetici e privi di vera cultura storica.
per un radicamento del PdCI !
saluti marxisti leninisti
Alessio Borsotti
PdCI sez. di Piacenza
Marzo 25th, 2008 at 16:08
Urge, anche in Italia, l’unità dei Comunisti al fine di costruire un partito marxista per l’alternativa allo sfacelo culturale, sociale e politico che il capitalismo sta attuando ovunque. Il pensiero unico può essere sconfitto solo se tutte le formazioni comuniste avranno il coraggio di accantonare le divergenze, per concentrarsi sull’idea che per diventare egemoni bisogna puntare sull’unità, in modo da poter intercettare, in questo contesto, il maggiore possibile dei consensi. Nè la sinistra arcobaleno e nè le tre formazioni con la falce ed il martello che si presenteranno alla competizione elettorale del 13 Aprile, avranno (con la loro divisione) una messe di consensi da parte dei lavoratori sfruttati. Il Capitale è stato capace di destrutturalizzare il mondo del lavoro ed a oggi ha vinto la prima battaglia. Uniamoci affinchè non vinca la guerra. Avanti con la lotta di classe. Uniti si vince
Marzo 25th, 2008 at 20:38
anche io come molti compagni ritengo che la strada obbligata dopo le elezioni sia quella della unità dei comunisti, ricostruiamo a partire dal nostro partito che più di altri si è distinto per marcare la differenza e la sua linea di unità ed autonomia. Anche in questa campagna elettorale i nostri manifesti dicono chiaramente che siamo nella sinistra arcobaleno da comunisti e cosi vogliamo continuare. Autonomia e Unità questa è la strada e domani lo sarà in una partito comunista più grande. Un saluto comunista.
Marzo 25th, 2008 at 23:21
Aver presentato alle elezioni un cartello elettorale come quello di Sinistra Arcobaleno, senza nemmeno aver convocato gli organismi dirigenti dei partiti comunisti, costringendoli a rinunciare al simbolo senza alcun motivo sostenibile; spacciare lo stesso cartello come un nuovo soggetto politico (con tanto di teseramento!) per permettere a un gruppuscolo di inutili parlamentari autonominatisi di mantenere la sedia a v, non può passare sotto silenzio: il giorno dopo occorrerrà unire tutte le forze per la costituente comunista, verso un partito che faccia della lotta di classe, della lotta per i diritti il proprio agire politico per una società giusta, in base a principi e valori che la classe dirigente di PRC e Pdci nemmeno si ricordano. Del resto aver fatto un’alleanza con chi (SD e Verdi) ha insultato il milione di comunisti sceso in piazzail 20 ottobre, osannato il protocollo su pensioni e stato sociale, votato il rifinanziamento delle basi militari acosa può portare in futuro? Sarebbe più corretto che costoro transitino direttamente nel PD, quello è il loro posto! Li prenderanno facilmente, adesso che hanno usurpato anche quei pochi posti della rappresentanza parlamentare che avrebbero potuto essere utili ai comunisti verso il processo di riunificazione del Partito Comunista.
Aprile 1st, 2008 at 21:17
Cari compagni,
riunificare i comunisti e’ facile…iscriversi nel PdCI.
ma onestamente il continuo aumento dei sostenitori di Lev Davidovič Bronštejn Trotsky ha una sola conseguenza: falso comunismo.
studiamo con devozione i 5 grandi maestri e apllichiamo le loro importanti teorie.
per un radicamento del PdCI!
W LENIN!
W MAO!
saluti marxisti leninisti
Alessio Borsotti
PdCI sez di Piacenza
Aprile 2nd, 2008 at 17:06
Caro Alessio,
così non facciamo un passo avanti e continuiamo a parlare inutilmente. Penso che tu sia molto giovane e mi permetto di raccontarti un episodio della mia vita politica. Ho vissuto una esperienza politica bellissima in una sezione del PCI (organizzata in cellule) dove c’era la sana abitudine di dire cosa pensavano le persone che conoscevi o con le quali lavoravi delle proposte del Partito. Se uno diceva “io penso …” veniva subito stoppato.
In questa sezione, in un quartiere dove il PCI prendeva percentuali di voto altissime rispetto al resto della città, tutti propendevano per Trotsky ma c’era un solo vecchio compagno che si dichiarava apertamente stalinista ed era oggetto di scherzi. Al suo compleanno ricevette in regalo “I crimini di Stalin” di Trotsky e si incazzò un bel po’ ma poi disse che lo avrebbe letto.
Passò un bel po’ di tempo ed una sera in una infuocata riunione del direttivo il compagno di cui sopra incazzato disse ad un altro compagno: “Non fare lo stalinista!”. Naturalmente scoppiò una sonora risata.
C’era una canzone degli anni ‘60 che diceva:
“Dar l’etichetta è sempre da coglioni,
chi ci guadagna poi sono i padroni.
A meno che il gioco sia finito
allora ci guadagna anche il Partito”.
Insomma stiamo calmi e parliamo soprattutto di cosa fare in Italia e soprattutto di cosa fare per la classe operaia.
Nel vecchio PCI si discuteva anche animatamente ma poi si concludeva la discussione con la frase:
AL LAVORO E ALLA LOTTA!
Aprile 5th, 2008 at 14:20
LEGGETE IL DOCUMENTO ” OGGI COME IERI PER IL COMUNISMO”