Da tempo nel nostro paese il lavoro è cambiato. E’ cambiata la sua natura, la sua articolazione, la sua stessa percezione. Nulla è più come prima.‘Sulla bara di un operaio della Tissen stava solo una sciarpa di una squadra di calcio…Venti, trenta anni fa su quel feretro di ingiustizia e dolore ci sarebbe stata anche una bandiera rossa…’.Tutte le esperienze dei nuovi lavori, flessibili e precari, raccontano dell’assenza di una qualsiasi identità del lavoratore. Segno visibile di una sconfitta, che arriva da lontano… dalla “linea dell’Eur”, dai cancelli di Mirafiori nel 1980, dal “pacchetto Treu”…Il progetto del padronato è stato chiaro ed efficace: prima colpire l’autorappresentazione, l’orgoglio identitario, il senso di appartenenza di una classe lavoratrice che, mentre cambiava la sua composizione, perdeva radici e forza; dopo, conquistare anche ideologicamente, un popolo lavoratore tanto inebetito dal tubo catodico quanto privato di un’anima.Hanno cambiato persino le parole… il “padrone” non c’è più, ci sono le “imprese”, i “licenziamenti” neppure, rimane la “flessibilità in uscita”, anche la guerra cambia nome “peacekeeping”…Il possibile e necessario riscatto deve saper leggere questi cambiamenti. Non è un dato solo sovrastrutturale, ma riscoprire radici e identità sono la strada per trovare forza nella lotta per la giustizia sociale.Senza identità non c’è lotta, o meglio può esserci una lotta isolata e contestuale, questo difficilmente fa vincere.Il processo è lungo ma va iniziato partendo dalla centralità cruciale del conflitto tra capitale e lavoro, tutto il resto viene dietro.I lavoratori possono tornare ad esser la loro stessa identità, conoscono l’impegno e l’ingegno che produce ricchezza, gettito fiscale e vita del paese. Devono tornare ad essere il fulcro dell’azione politica dei comunisti e di una sinistra che se tornerà ad esser popolare avrà un cuore per cui riscaldarsi e lottare.L’obiettivo di lotta è il lavoro come un diritto e non come una merce. Un’auto, un frigorifero si possono rottamare, una persona no! Dietro al lavoro ci sono persone in carne ed ossa!Per dare forza a chi un lavoro lo conserva ancora, ma anche a chi non ce l’ha, bisogna cancellare tutte le norme che rendono precario il lavoro, per tornare a dargli dignità , per il futuro delle nuove generazioni.
Luglio 23rd, 2009 at 13:29
Parole giuste, e vere come PIETRE…
Un grave errore è stato espellerti dal PdCI compagno Rizzo.